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Lebanon Mountain Trail – Aprile 2009

Da El Qbaiyat a Marjaayoun in trenta giorni, in cammino tra i monti del Libano.
Tra fiori, villaggi sperduti, vigneti e tracce di guerra.

Ci inseriamo a Ain Zalta la sera dopo un arrivo frettoloso a Beirut. La notizia della partenza arriva davvero pochi giorni prima. Il team apripista di 6 hikers è già partito ed è in marcia ormai da settimane per inaugurare il sentiero. Incontriamo subito: Hana, Norbert, Christian, Wim, Liselotte, e Shamoun. Sono tutti davvero deliziosi e ci accolgono con un piatto di spaghetti al pomodoro. Questo accade sui monti del Libano, nel rifugio un po’ diroccato. Con tanti sorrisi e del buon vino.

Hanno molto da raccontare, e usciamo sotto le stelle. Norbert è istrionesco, ci parla della neve che hanno dovuto attraversare e poi della grandine di solo due giorni prima, che li ha costretti a riparare fradici in una casa di fortuna tra i cedri.
Lui è un fotografo di guerra che ha vissuto 17 anni a Cairo. Incredibile Norbert, la sua risata è contagiosa come la grandissima passione che trasmette per i vini del Libano.
Nella sua carriera ha visto ripreso e descritto di tutto e di guerra. Ha lavorato per Der Spiegel, Time, Al Jazeera, prima di lasciare l’Egitto. Dice di sé : ho sempre inseguito la libertà. E mentre parla mi prende sottobraccio e racconta della sua passione per i vini. Poi, in un momento dribbla e narra delle “cluster bombs”. Una piroetta e saltiamo in Egitto, alle foto scattate a Cairo durante l’attentato al bus dei turisti tedeschi.
Questa scena si svolge sotto il cielo di Orione, splendido e minaccioso come la sua spada.

Dormiamo profondamente. Abbiamo di fronte 140 Km da percorrere a piedi.
Di buon ora ci alziamo. Ho la percezione di essere entrato nel team. Sento il ritmo del risveglio, il piacere di rivedere i volti, il gusto di appartenere a quel gruppo. L’ impazienza di cominciare.

Il “Lebanon Mountain Trial”, è un sentiero, un percorso, a volte una traccia che attraversa il territorio Libanese da nord a sud per 440 km. Attraversa sistemi montuosi fino oltre 2000 mt, poi infiniti boschi di cedri, pianure, vigneti e oliveti. Una varietà di luoghi inaspettati e verdeggianti per un paese così assolato e non distante da deserti e pietraie.
Il sentiero è stato tracciato e realizzato in pochi anni da Ecodit, con il supporto di una ONLUS locale e di innumerevoli volontari. Loro hanno studiato il percorso che è stato suddiviso in tappe per raggiungere un villaggio la sera. Si dorme nei monasteri a volte, oppure nei rifugi, ma soprattutto nelle case dei privati. Una famiglia viene avvisata e mette a disposizione l’ alloggio per gli hikers. Cena e colazione compresa.

Hana Hibri è una scrittrice libanese. Lei parla arabo e ci aiuta a interagire con questi albergatori improvvisati, che la sera cucinano e imbandiscono la tavola all’ inverosimile. Per rendere omaggio a noi nel rispetto di una tradizione generosa e spontanea. Hana scriverà un libro su questa esperienza.
Il sentiero ha un significato anche simbolico. Un rannodamento virtuale, un tracciato di riappacificazione tra i villaggi dei monti di un paese dilaniato per 15 anni dalla guerra civile.

Nel Libano si contano ben 16 religioni, diramazioni dei ceppi principali : cristiani, musulmani, drusi. Un coacervo di confessioni che rende spesso i villaggi identificabili per prevalenza di fede. Una croce annuncia una chiesa cristiana, un minareto una prevalenza islamica. I Drusi sono più austeri e riservati. Erigono templi con un simbolo colorato, forse un fiore.
Molto spesso gli abitanti convivono e si rispettano. Il sentiero attraversa decine di questi villaggi a volte sperduti. Gli abitanti ti guardano ti scrutano un poco, sorridono a volte.

Le tracce della guerra sono ben visibili. I segni della mitraglia sui muri, sulle saracinesche arrugginite non appartengono al passato lontano. Quasi tutti ricordano la paura di quegli anni. Lo scontro interno è iniziato nel 1975 e si è protratto fino al 1990.

C’è Sultan nell’ organizzazione !! Lui vive a Beirut e con il pullman ci segue di villaggio in villaggio. La mattina carica il bagaglio pesante. La sera lo recapita al villaggio di destinazione. Un uomo buono, simpaticissimo e molto presente.
Camminiamo di buon passo, percorriamo in media da 15 km fino a 25 km al giorno, a seconda del tracciato. Ogni sei tappe ci fermiamo un intero giornata per riposare.
Incontriamo i pastori sui monti, attraversiamo corsi d’acqua e cascate. Pianure ricolme di fiori e altre ricoperte di lunghe erbe lanceolate. E poi rocce calcaree e pietraie.
Al limitare dei boschi di cedri, ci sono delle piantine curate dall’uomo. Una organizzazione raccoglie fondi per “adottare un cedro”. Alla base una targa di metallo riporta una data e il nome del benefattore.

Liselotte è altissima e bionda. Una danese sposata a un Armeno che vive in Libano. La chiamano “sunshine”. Il suo sorriso è dolce e austero ad un tempo. La sua vita è stata segnata da un terribile lutto. Questo cammino le darà forza per riprendere a vivere serena.

Ad Hasbaiya incontriamo un nobile che vive nel palazzo. Ci racconta degli ambasciatori che hanno alloggiato da lui. Ci racconta dei crociati e dei segni che hanno lasciato, aggrappate sul muro di casa, ci sono delle formelle scolpite con i loro simboli.
I vinaioli del Libano ci introducono fieri nelle loro cantine. Spiegano e raccontano mentre riempiono bicchieri. E’ quasi inevitabile parlar di guerra. Non è ancora un ricordo quassù.

Christian con Shamoun conducono il gruppo, e tutte le sere fanno il briefing. Con attenzione ascoltiamo il programma del giorno, con le quote, le distanze, i tempi tra le battute scherzose. Spesso è necessario il gps per orientarsi. I sentieri non sono ancora completamente tracciati e percorsi, è tutto nuovo, a volte da scoprire. Christian è il nostro riferimento. Sempre presente, attento, affidabile, esperto.

Portiamo il pranzo nel sacco sulle spalle ! Lo si prepara la mattina e verso l’una ci fermiamo all’ ombra più fresca che si trova. Una sosta per mangiare, scambiare qualche parola e riposare. Un “power nap”, un pisolino ristoratore, per chi ci riesce.

Un caldo infernale imperversa sulla Beka, la valle che porta al sud. Le 10 ore di cammino quotidiane si fanno sentire, ma la volontà è forte. Il piacere supera di gran lunga la fatica. La sera una buona doccia e una cena abbondante rigenerano le energie perdute.
Wim, “the hollandy” è il più alto del team. E’ silenzioso, sorride e ascolta tutto. Non è timido e nemmeno serio. Non parla quasi mai, però… risponde alle domande. La sua presenza trasmette tranquillità e buonumore.

Siamo in vista di Marjaayoun, la città è presidiata dai caschi blu. Ci accolgono giornalisti, fotografi, TV. Poi il ministro, il sindaco, l’assessore. Il telefono riprende campo. Arrivano le chiamate perse assieme ai messaggi inutili. E mentre intervistiamo i soldati dell’ ONU, ci accorgiamo di essere scesi nella realtà. Quella dei rumori, dei mestieri, delle auto, delle uniformi e del benessere.

A Beirut, la Svizzera del medio oriente, i cartelloni della pubblicità campeggiano sui fianchi dei grattacieli. Il traffico caotico scorre tra le case ricostruite e quelle sventrate dalle bombe, simboli di una memoria davvero recente. Christian racconta di aver giocato da ragazzo tra i carri armati nella piazza. Il pallone finiva regolarmente tra i cingoli che qualche militare rispediva a calci con piacere.

Una madre mi racconta delle sortite sotto le bombe. Della nascita del figlio durante la guerra e del timore dell’ oscurità che le è rimasto nella memoria. Così come l’ insonnia feroce che non l’ ha mai più abbandonata. Ma questo è solo un caso, come tanti.
Nella realtà Beirut trasuda vitalità, e tutto il paese risuona di una frequenza veloce. La guerra li ha svezzati alla vita. Sanno che il tempo della paura e della morte può tornare e scelgono l’ allegrezza del qui ed ora. Sono flessibili, amano molto la vita e il loro paese. In Libano si parla Arabo, ma anche Inglese, anche Francese “a la fois”. Loro “switchano” da una lingua all’altra con grande facilità. La mente è allenata. I libanesi sono commercianti abili che viaggiano per il mondo, ma che tornano a casa. Le loro donne lavorano oppure si occupano di casa, ma la differenza è poca. I ruoli non sono mai rigidi, e i loro costumi sono apertissimi. L’equilibrio delicato tra religioni, individua e caratterizza i quartieri senza mai costringere o limitare la figura femminile.

La cucina libanese è colorata. Per varietà, gusto, colori, sapori. Anche gli uomini amano cucinare e imbandire la tavola che viene letteralmente colmata da dozzine di piatti diversi e colorati. Una vera arte. La lunga spiegazione di cucina prelude il pasto.
Si beve vino e Araq, il liquore all’ anice e ci si alza davvero spossati.

Poi la serata continua nel pub. Le giovani donne con gli occhi neri e i lunghi capelli mossi e nerissimi, danzano e bevono birra. Sono attente, ti ascoltano nella lingua più facile. Loro non sono abituate alla pace e così sanno apprezzare fino al fondo ogni momento di questa vita. Sanno bene che può succedere di tutto nel volgere di poco. Mentire è tempo perduto.
La luce degli occhi dei Libanesi non è artificiale.

Noi, purtroppo, abbiamo dimenticato i rumori delle guerre. Gli scoppi delle granate. I familiari morti, gli arti amputati dopo lo scoppio delle “cluster bombs”. Viviamo di certezza e aspettativa. Anche di noia e di regole. La distrazione è una routine. Abbiamo davvero di tutto. Ci lamentiamo per poco. E spesso non riconosciamo più il piacere… delle piccole cose.

Maurizio Paoli

 

Maurizio Paoli - Copyright 2009