Dicembre 2003, Cuzco Il convoglio non si inerpica, nossignori, nel modo canonico, con curve, ansimare di macchine e dinoccolìo di carrozze. Tutto questo accade tra le case dell’ ombelico del mondo, come chiamano il Cusco in Perù. Tra lenzuola stese, bimbi che giocano, gote olivastre, cani, polli, mercatini improvvisati, sacchi ricolmi di foglia di coca e finestre ad un palmo di treno. La mattina dall’ alto della collina, dai i finestrini appannati e attraverso la pioggia leggera, il profilo tremulo delle mura incaiche. Poi la sera al rientro da Aguas Calientes, il Cusco scintilla di mille luci. E ritorna al passeggero tutta l’ armonia della costruzione. La geometria delle piazze, la magia dei vicoli, l’ imponenza delle cattedrali. Si intravedono i muri ad incastro. Mirabilia dell’ artesania incaica. I sassi sono monoliti colossali lavorati con precisione e maestria impensabile ora coi mezzi di allora. Tra le fessure non passa una banconota. Non c’è cemento, né saldante. Le linee sono perfette. La cultura antica è stata decapitata dalla conquista nell’ idioma e nella religione. La popolazione oppressa era ridotta quasi in schiavitù. Il cuore si allieta un poco all’ idea che la conquista spagnola non abbia “spazzato” proprio tutto di quello che c’ era da spazzare. Con i pezzi dei templi hanno costruito le chiese barocche, decorate per l’ occasione di specchi. Forse per dilatare gli ambienti. Forse solo per riflettere l’ immagine di sè. Un modo per stupire, gli Inca non conoscevano specchi. Accanto, annesse alle chiese, le officine tetre della inquisizione. In uso a quei tempi. La nefandezza era la risoluzione estrema per i disobbedienti increduli. <Non ci importa più di Spagna e degli spagnoli (dice Blanca), sono passate molte generazioni. Parliamo la loro lingua, ma siamo ancora fieri della nostra che non è scomparsa.> Machu Picchu è un incanto. Ci arrivi dall’ alto e la trovi di sotto. Con lo Huaina Picchu che la completa. Quasi come una coreografia. A Puno a 3.700 mt e sul lago Titicaca l’ aria è leggera. Arrivando dalla bella Arequipa, si comincia a soffrire il soroche (mal di montagna). Il cerchio alla testa non ti lascia quasi mai, il respiro è breve e l’ aria sembra che non basti. Dopo qualche giorno il malessere si acquieta. Gli Uros galleggiano sulle isole di canne. Una vita bizzarra la loro. Alacri, sempre ad ammassare canne secche. E’ una questione di sopravvivenza. Il fondo marcisce e se non rinnovassero la superficie, affonderebbero miseramente con le masserizie. Chiedo loro perché non se ne vanno sulla terraferma. Non rispondono, fanno spallucce. Mio padre è nato qui, dice uno, e mio nonno pure, annuisce. Ad Amantani non ci sono animali. L’isola non ospita cani e neppure gatti, polli o serpenti. La Paz è in Bolivia. Bella più che mai. Sfaccettata e variopinta . Un catino gigantesco che ti avvolge e trabocca di luci fitte. Strade erte che si inerpicano fin sul bordo a 4.100 mt. Il fondo si trova a 3.700 mt Ad Arequipa c’è il sole. Non Piove quasi mai e ci sono molte donne. Le più belle. Salse e merenghe ti accompagnano per strada. Un posto dove vivere per un poco. Nasca è lontana con i suoi misteri. Le linee prendono forma dall’alto. Si distinguono solo in volo, graffiate chissà come nella piana di pietrisco scuro. Ma pare che l’enigma sia risolto. Nel deserto, le mummie della civiltà Paracas sono accucciate in casitas nel mezzo del nulla e di fronte all’ orizzonte del mare, le Islas Ballestas biancheggiano con le colonie infinite di uccelli, i leoni marini, gli amori di battigia e gli urli sgraziati delle otarie. Il volo del Condor di Chivay è leggero, possente, silenzioso, maestoso. Amico. Nel modo di chi non ha più bisogno di parole per comprendere o far sentire Maurizio Paoli |
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