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Stone Town, Marzo 2007

A Seronera c’è un sacco in pvc appeso ad un ramo. Una corda lo trattiene e di sotto nella pancia c’è un erogatore che sgocciola acqua quanto basta. Una saracinesca spalancata ne regola il flusso, così che la doccia scende a stento o solo più veloce. Il calore della savana ha riscaldato la tela e un senso di piacere attraversa la schiena quando la sera è percorsa da quel poco d’acqua del Serengeti.
Ma il sacco si svuota in un battibaleno così a mezza via tocca calarlo, riempirlo di nuovo con le taniche e issarlo ancora su fino al ramo. La corda fa attrito. Da soli non ci si riesce. Alla fine ci si lava mentre il sole scende veloce nel tramonto rosso ed è subito notte. Con le stelle a non finire e gli ultimi fuochi della bella serata.
La notte d’Africa comincia così all’improvviso. I sogni e la fantasia della falsa paura ti accarezzano e quasi ti eccitano mentre i rumori delle fiere si confondono oppure si perdono tra quelli meno eroici dei facoceri e delle iene.
I racconti dei fatti accaduti riaffiorano nel sonno che ti accompagna con una atmosfera a mezza via tra il piacere, il timore un po’irreale e la fiducia in questa terra generosa, con il bisogno di abbandonarsi a lei, e alle sue regole antiche.
Il ritmo è scandito dalla luce, che compare e scompare regolare e veloce.
In Africa non si corre e si apprende l’attesa assieme all’allerta.

I leoni della savana sonnecchiano tra le erbe ma devono mangiare e lottare per questo. La loro pelle è scorticata e zeppa di piaghe. L’espressione sembra quasi sofferente per la fatica quotidiana che è toccata loro per affermare il proprio regno. Ma l’Africa è così, passionale, istintiva, sofferente, traboccante, odorosa e inebriante. La morte cede il passo alla vita e viceversa. Le sensazioni forti fanno da proscenio nel palcoscenico di questo luogo da sentire da dentro.

I laghi sono grandi fino all’orizzonte e lo sguardo fa pensare al mare. Gli uccelli a migliaia nidificano e vivono qui, dentro l’acqua salmastra. E gli Gnu migrano al cambio della stagione alla ricerca dell’acqua e di erba verde. Vecchi elefanti disegnano la silouette da lontano con le enormi orecchie e le zanne d’avorio.
Il cuore dell’Africa pulsa di continuo. E i vulcani affiorano enormi e fumanti dalle ceneri fresche dell’ ultima colata. La faglia della Rift Valley sembra davvero vivente e tormentata dai valli e dai crepacci.

I Masai stanno a guardare. Alti, avvolti nei loro drappi variopinti, con la lancia e le cicatrici tribali. Bevono sangue e latte di capra. Hanno bracciali e squarci nei lobi dell’orecchio per i monili con la ciprea incastonata. Loro hanno numerose mogli e vivono nella capanna di sterco. Temono i leoni, ma ci vivono accanto. Hanno lunghi capelli con treccine finissime. Piccole scuole di assi e i bambini col muco del naso che cola. Non conoscono il pane e non sanno che farsene se viene offerto loro.

Il Kilimanjaro spunta dalle nuvole a tratti. C’è la neve, quest’anno ancora di più. Le sue pendici sono dolci e opulente. La vegetazione trabocca di frutti di ogni tipo e le case di Marangu sono ordinate, pulite, curate. Una specie di birra di banana viene servita nei chioschi di passaggio e i mercati sono straordinari per varietà e colori. Ci sono i sarti di strada, gli arrotini, i calzolai e gli scrivani.
Una scuola più in la raccoglie tutti i bambini dei dintorni e un direttore corpulento e dolce li invita a cantare. Una cuoca cucina farina di mais ed il sole continua a tramontare veloce.

Stipati nei bus gli africani corrono fino a Dar tra scossoni e sorpassi. Dormono e si rannicchiano sopra i sedili con il capo coperto da una stoffa variopinta.
Nel passato recente venivano rastrellati a migliaia, per essere trasferiti e venduti a Zanzibar al mercato degli schiavi. I più deboli e feriti venivano abbandonati sulla battigia come carne putrida vivente in attesa di essere mangiati dal mare. I forti finivano ammassati sui vascelli per viaggi infiniti e senza ritorno. I più forti sopravvivevano, tutti gli altri morivano.
Un isolotto poco distante e ben in vista era stato il luogo della quarantena per i mercantili provenienti dall’oceano. I mali di allora erano il colera e la peste.

A Zanzibar ora ci sono le spezie, i vicoli colorati, le spiagge candide e le vele dei pescatori. Un palo di traverso sopra un albero, con un cencio srotolato di sotto e agganciato al bilancere. Le barche si muovono lentamente, non risalgono il vento. Bordeggiano calme in attesa della buona fortuna.

Maurizio Paoli

 

Maurizio Paoli - Copyright 2005